Parade

Official website for the film Parade by Brandon Cahoon.

Official Trailer



City kid Dean Barrett is exiled to a small Utah town in the high American desert. Everybody is just fine with life the way it is. But not Dean. He can’t see himself rusting away here. But this place has its hooks in him, too, in ways he doesn’t quite realize.

- MUBI





When Dean comes to live with his country cousin Nate, his flimsy connections with his strange new environment unravel quickly.
The tightness and warmth of this community only makes him feel more lonely. His confused search for his own place in the midst of this arid psycho-geography with all its austere beauty pushes him into wild spirals of anguish that risk his fragile new connection with Esther, a local girl.
She might be the answer he’s looking for. Or it might just be lost for the moment in himself.

When Dean comes to live with his country cousin Nate, his flimsy connections with his strange new environment unravel quickly.

The tightness and warmth of this community only makes him feel more lonely. His confused search for his own place in the midst of this arid psycho-geography with all its austere beauty pushes him into wild spirals of anguish that risk his fragile new connection with Esther, a local girl.

She might be the answer he’s looking for. Or it might just be lost for the moment in himself.



Se oggi esiste ancora una definizione di autore indipendente, Brandon Cahoon la incarna perfettamente. Viene dallo stesso stato del Sundance, lo Utah, ma con l’indie minimalista e mainstream che si promuove da quelle parti non ha niente a che fare. Cahoon è un indie vero, quasi un solitario, una meteora di cinema puro e senza compromessi che purtroppo fatica a farsi notare.

I suoi film (due al momento, Parade del 2008e Intro del 2011) sono autoprodotti, nati da ricordi, idee, legami con gli attori che li interpretano e sviluppatisi a partire da una profonda relazione con lo spazio americano. Se fino a oggi non hanno avuto il riconoscimento che meriterebbero è perché Brandon Cahoon ha l’ingenuità e il coraggio dell’artista spontaneo, che ama il cinema e soprattutto lo vive e lo realizza con una tranquillità che va oltre qualsiasi desiderio – anche il più autentico – di costruire una poetica. Cahoon è un autore vero perché libero, spontaneo, anche un po’ ingenuo, senza costruzioni o velleità che appesantiscano il suo talento.

Parade, presentato in Italia al Torino Film Festival nel 2008 e distribuito negli Stati Uniti tre anni dopo, è il suo film d’esordio: la storia uguale a mille altre di un adolescente che si trasferisce in una città nel deserto dello Utah e passa le sue giornate a girovagare con i coetanei, a flirtare con una ragazza, a compiere piccoli lavori, incapace di entrare veramente in relazione con il mondo e le persone. Con una trama eterea, imbastita come un semplice canovaccio, Cahoon affida ai suoi personaggi il compito di dare forza al suo film: il protagonista e i suoi amici, simili in tutto e per tutto a un qualsiasi branco di adolescenti di un qualsiasi film indie americano, sono però figure vere, autentiche, corpi che si muovono nel paesaggio e che nel paesaggio trovano la loro collocazione, il loro posto nel mondo.

Se questi fossero altri tempi, se forse Cahoon avesse avuto un po’ più di fortuna, probabilmente questo suo straordinario film d’esordio, con tutto l’impegno e la pazienza che richiede, sarebbe già stato riconosciuto per quello che è: un coming of age di grande forza visiva che prova a ridefinire l’idea di spazio americano, in relazione ai sentimenti fragili e imperscrutabili dell’adolescenza.

C’è come un’aura misteriosa, evocata e invisibile, dietro le immagini di Parade: in certi momenti il girovagare dei protagonisti, la forza remota che li muove fa quasi pensare alle derive di Picnic a Hanging Rock. Prima ancora, però, prima del paesaggio americano e dalla sua bellezza carica di immaginario, c’è l’istinto di Cahoon nell’uso della macchina da presa, il suo sguardo che indovina a ogni stacco di montaggio la posizione giusta, la direzione da prendere per seguire un’azione. Il cinema di Cahoon non lascia dubbi sulla sua purezza, non chiede altro se non fiducia incondizionata. È semplice e figurativamente perfetto, ma al tempo stesso fragile, plastico eppure tremolante di vita. Non si fa fatica a scorgervi l’urgenza esistenziale del migliore Assayas, oppure, soprattutto nel legame tra i corpi e il paesaggio, le reminiscenze del Van Sant più teorico e malinconico: una relazione tra l’uomo e i grandi spazi dell’America dell’ovest che sarà approfondita in modo ancora più estremo, senza una trama e con il solo il desiderio di pedinare un personaggio, nel successivo Intro.

Cahoon, potremmo dire, con tutti i limiti ancora inesplorati del suo cinema acerbo eppure compiuto, è un autore neorealista: più che guardare, osserva; più che muoversi, insegue. Sarebbe bello che la presenza su Mubi di Parade e Intro lo aiutasse a farsi strada con più facilità nei circuiti festivalieri e magari anche oltre: sarebbe un riconoscimento sacrosanto per una delle voci più nascoste e limpide del cinema americano. Una voce senza compromessi, costruzioni e velleità, e per questo, quasi fosse un miracolo, in grado di farsi intendere da tutti.

Roberto Manassero, December 26th, 2012

http://anareneblog.blogspot.com/ 





David Williams, “Don’t Stop” from the Parade soundtrack